Finalmente qualche giorno fa è arrivato un libro magnifico che volevo da tanto tempo. Annie Leibovitz At Work.

Un viaggio in cui Annie si racconta, svela i segreti del suo mestiere ed i grandi incontri della sua vita personale a partire da Hunter S. Thompson, i Rolling Stones, John Lennon e Yoko Ono, Demi Moore, Whoopi Goldberg, Patti Smith, George W. Bush, Kate Moss, la regina Elisabetta, ma anche la guerra, la pubblicità, le luci, le macchine fotografiche e le dieci cose che tutti vogliono sapere da lei.

Mi piace il suo stile quanto la sua semplicità, quando parla dei giovani fotografi e dei suoi consigli per i “fotografi in erba“, spiega che bisogna partire dalla famiglia, dagli amici, con le persone disposte a farsi fotografare. Scoprire cosa vuol dire immergersi in questo lavoro ed entrare in intimità con il soggetto. Bisogna crederci e tenerci al proprio lavoro, quasi al punto di sembrarne ossessionati. 

Inoltre, racconta di quanto spesso sia stato difficile scattare fotografie, non a causa del soggetto bensì alla troppa luce, al sole che tramonta troppo in fretta, al trucco sbagliato e quant’altro [a tale proposito mi viene in mente una scena di The September Issue in cui Mario Testino non scatta una fotografia perché le luci sono sbagliate e si giustifica “Non si può”, lasciando tutti senza parole].

E poi il passaggio dalla pellicola al digitale, come qualcosa di inevitabile; e di come i primi tempi sia stato complicato  tempi dovesse attraversare il set per controllare l’immagine sul monitor. Ma poi preso il ritmo racconta dei vantaggi come fotografare la notte. L’oscurità. Uso molte meno luci, adesso. Meno flash. La visione è migliore. Lo svantaggio è che le immagini appaiono un po’ crude, come se contenessero fin troppe informazioni.  Il digitale sembra fatto apposta per i reportage.

Ma non voglio raccontare altrimenti rovino il gusto di leggere questo libro stupendo insomma parla di quarant’anni di fotografia ad altissimi livelli, dei suoi miti e maestri, delle prime costosissime campagne pubblicitarie e copertine.

Vale la pena citare un passo importante del suo libro, che dice testualmente:

Non ho mai cercato di mettere a suo agio nessuno, che non chiede mai di sorridere per una foto”. E che,  fa un po’ strano quando dicono: “Hai colto l’anima”, quando sai bene che in un ritratto è già tanto riuscire a far somigliare qualcuno a se stesso.

Consiglio di vedere inoltre il documentario Annie Leibovitz, Life through a Lens, diretto dalla sorella Barbara nel 2006, un ritratto di 90 minuti di colei che molti che molti ritengono la più grande fotografa nel nostro tempo.